Una stagione per danzare il silenzio

In Foe di J.M. Coetzee, potente riscrittura del Robinson Crusoe
scritto da Daniel Defoe, al fedele servitore del protagonista,
Venerdì, figura ibrida al di fuori dell'economia della salvezza e della redenzione, è stata «mozzata la lingua». È così condannato a un eterno silenzio. Soltanto «la musica e la danza» possono far parlare
il silenzio di Venerdì, poiché musica e danza
«stanno al discorso come grida e urla stanno alle parole».
In questa splendida trouvaille, con cui Coetzee denuncia lo stato di schiavitù perenne di chi è senza voce ed è costretto a esistere grazie alle storie e alle interpretazioni degli altri, si trovano le più vere ragioni di questa stagione di danza milanese, itinerante fra i luoghi della cultura (teatri, spazi espositivi), e nomade nelle singolarità tematiche delle proposte. Non si tratta soltanto di colmare un vuoto di programmazione, né soltanto di integrare l'esistente, comunque insufficiente, ma di proporre una vera e propria restituzione in danza dei corpi ai margini e costretti al silenzio, in alternativa (ma come completamento e non in opposizione) alla spesso assordante e soltanto contingente proposta di danza
come intrattenimento e spettacolo.

Stefano Tomassini

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